Cercare un perché

Cercare un perché

La domanda che ritorna, sempre

Ci sono momenti in cui la domanda “perché?” arriva prima ancora delle parole. Arriva quando succede qualcosa che non avevamo previsto, né scelto. Arriva quando il dolore è così forte da togliere il fiato e l’unica cosa che riusciamo a fare è cercare un senso, anche se non sappiamo bene dove trovarlo.

Ma quella stessa domanda ritorna anche nelle cose piccole, quotidiane, apparentemente insignificanti. E ci muove — o ci blocca — molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

“Perché accadono le cose?” e “perché devo fare questa cosa?” sono due versioni della stessa inquietudine, una guarda al mondo che ci circonda mentre l’altra guarda dentro noi stessi. Ce le facciamo tutti, più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. A volte lo domandiamo con retorica, altre con rabbia e dolore, altre ancora con la stanchezza di chi ha finito le energie

Il perché nelle piccole cose quotidiane

Il perché è una domanda insidiosa. Emerge nelle attività di tutti i giorni, in quelle apparentemente banali, in quelle che semplicemente non abbiamo voglia di fare. E si frappone, come un ostacolo invisibile di fronte a noi.

Qualche giorno fa mio figlio mi ha detto che non voleva studiare analisi logica. Non perché fosse particolarmente difficile, ma perché, parole sue, “tanto non mi servirà mai nella vita”. In realtà non era la materia il problema: se fosse stato francese o qualsiasi altra cosa, probabilmente sarebbe stato lo stesso. Quello che mancava era un perché. E senza un perché, semplicemente, non ci muoviamo.

Perché dovrei farlo? Perché dovrei impegnarmi? Perché dovrei dedicare tempo ed energie a qualcosa che non riesco a collegare a ciò che desidero diventare?

Quando il dovere bastava

Se tornassi indietro nel tempo, alla mia adolescenza o alle generazioni ancora precedenti, la risposta sarebbe stata molto più semplice. Si fa perché si deve. Si fa perché è il proprio dovere. Si fa perché funziona così.

Il senso del dovere, una volta, era un collante potente. Reggeva la scuola, la famiglia, il lavoro. Non aveva bisogno di essere spiegato, né tantomeno negoziato. Era un dato di fatto.

Oggi non è più così. E non credo sia solo una questione generazionale. Il dovere, da solo, è diventato retorico, fragile, insufficiente e, soprattutto, inefficace.

Motivazione e azione: il punto di vista del manager e del genitore

Lo vedo chiaramente nel lavoro. Da manager mi capita spesso di chiedere al team di portare avanti attività che non sono entusiasmanti: un processo troppo manuale, una procedura ridondante, un cambiamento organizzativo necessario ma non sempre compreso.

“Fatelo perché va fatto” non funziona più. Non motiva e non attiva un senso di responsabilità reale. Al massimo si ottiene un’esecuzione corretta, ma svogliata.

Così iniziamo a spiegare, a contestualizzare, a raccontare il perché. Perché serve al cliente, perché ci renderà più efficienti, perché semplificherà il lavoro in futuro. Non sempre basta, ma quando funziona la differenza è evidente: le persone non stanno più solo facendo qualcosa, stanno partecipando a qualcosa.

Lo stesso meccanismo si ripete a casa, con una complessità ancora maggiore. Da genitore, spiegare il perché è faticoso. Richiede tempo e molta pazienza, spesso più di quanta ne abbiamo davvero. E soprattutto richiede di accettare che il nostro perché non sia automaticamente valido per i nostri figli. Il nostro compito, più che convincerli, è aiutarli a trovare la loro molla.

Il senso del dovere, in educazione, non è scomparso. Ma non è più sufficiente a sostenere l’impegno nel lungo periodo. Senza un minimo di significato personale, lo studio diventa solo un obbligo. E l’obbligo, prima o poi, viene rifiutato.

La motivazione dentro di noi

E poi c’è il terzo livello, forse il più scomodo: quello che riguarda noi stessi.

Da adulti siamo pieni di cose che sappiamo di dover fare. Mangiare meglio, muoverci di più, prenderci cura di noi, cambiare lavoro, mettere dei confini. Lo sappiamo. Lo ripetiamo. Lo scriviamo nelle liste.

Eppure sapere non basta. Il dovere è razionale, la motivazione no. La motivazione è emotiva, spesso irrazionale, a volte incoerente. Nasce da un significato personale, non da una regola esterna e, soprattutto, non risponde agli ordini.

In un altro articolo ho scritto di quanto la gestione delle priorità sia, prima di tutto, una gestione emotiva. Non scegliamo cosa fare solo in base all’importanza oggettiva, ma in base a come ci fa sentire. Anche lì, sotto la superficie, c’è sempre un perché che pesa più di tutti gli altri.

Se una cosa non ha senso per noi, scivola in fondo alla lista. Se invece intercetta un bisogno, una paura o un desiderio, riesce a trovare spazio anche nelle giornate più piene.

Il perché come ricerca continua

Forse è per questo che la domanda “perché?” è così potente e così difficile da evitare. Perché ci obbliga a fermarci e a distinguere tra ciò che si deve fare e ciò che ha senso fare.

Nel lutto cerchiamo un perché per sopravvivere al dolore. Nell’educazione cerchiamo un perché per trasmettere qualcosa che resti. Nel lavoro cerchiamo un perché per non trasformare le persone in esecutori stanchi. Nella vita quotidiana cerchiamo un perché per non spegnerci.

La motivazione guarda oltre il dovere

Non credo esista una risposta unica, né una motivazione sempre lineare e luminosa. La motivazione è complessa, contraddittoria, a volte nasce da una ferita, altre da un desiderio confuso. Ma è un motore molto più potente del dovere, ed è anche molto più soddisfacente.

Forse non troveremo mai un perché definitivo. Forse cambierà con il tempo, con le persone che diventiamo, con le ferite che ci portiamo dentro.

Ma continuare a cercarlo — nel lavoro, nella genitorialità, nella vita — è già una forma di cura. Perché senza un perché che sentiamo nostro, anche il dovere più giusto rischia di non avere un seguito.